Critiche e Recensioni

Critiche e Recensioni

” Un percorso costellato di immagini, forme, paesaggi, colori e tanta luce: l’arte di Gianni Panciroli si offre, così, carica di simboli che legano il vissuto all’intuizione. Un passaggio da l’idea all’esperienza che si compie proprio per mezzo dell’atto creativo.
Plotino parla di un arte dei molti, come la luce delle diverse sfaccettature del Bello che guidano all’Uno, all’Assoluto, in quanto telos dell’animo umano. L’artista Panciroli ha il talento di rendere il proprio vissuto in forme comunionali, tali da realizzare una circolarità con il lettore. Infatti, chi si pone davanti ai suoi quadri ne diviene protagonista insieme all’autore, riconoscendosi nell’immagine dipinta e facendo esperienza di sé. Il tempo attuale è segnato dal pensiero “debole”, come nota il filosofo Gianni Vattimo, il quale usa questa definizione per spiegare che la vita degli uomini è essenza condivisibile e contestabile, dato che la traccia del singolo può esprimere un percorso di esistenza possibile ai tanti. In fondo, l’arte di oggi, non seguendo più una scuola di pensiero, esprime un afflato di creatività pura e libera da schemi. Nei suoi dipinti Gianni P. si lascia cullare da ciò che vede e si immerge nella dimensione della fantasia: è pura atarassia dal male del mondo, una ricerca dell’autentico sé. Le opere più recenti danno voce all’astrattismo, che non vuole essere chiusura all’altro, ma un modo per esprimere l’ansia del vivere e uno sprone ad essere uniti nella cacofonia dei tempi.
Così Gianni P. invita l’osservatore a scegliere le opere nelle quali l’armonia del sentire è musica espressa con le note del pensiero e della sensibilità.”
Anita Norcini Tosi
Due parole
Brand Gianni P.: una vita in-tinta
“Un incontro inaspettato quello con Gianni Panciroli artista. Era il gennaio del 2018, stavo preparando lo spettacolo sul Giorno della Memoria, sulle persecuzioni che seguono le leggi razziali, al teatro Niccolini a San Casciano Val di Pesa, dove entrambi viviamo. Faccio una pausa, e mi intrufolo nel salone della biblioteca accanto, dove ci sono esposte le opere di un pittore che non conosco. ‘Pittore’ che parola riduttiva per questo artista –pensai immediatamente, guardando il dialogo tra i colori, il figurativo e l’astratto, l’uso dei materiali, le emozioni ora sussurrate ora gridate, presenti in quelle tele.
Un innamoramento immediato quello con la ‘pittura’ di Gianni. I suoi spaghi, i suoi fili spinati a racchiudere oggetti di vita vissuta, in quel momento preciso della mia attività artistica furono una folgorazione. Qualche giorno dopo una parte dell’esposizione si trasferì nel foyer del teatro per introdurre visivamente ed emotivamente il mio spettacolo.
Decisamente un bell’incontro quello con Gianni Panciroli. Un incontro che, come tutto ciò che viene inaspettato e bello, esige un tempo di ulteriore
conoscenza, di curiosità artistica, di scambio di pensieri, o meglio di semplici intercalari, di «mi piacerebbe vedere anche le altre tue opere»…. «e tu sapessi quante ce n’è, vieni una sera a cena, ti facciamo vedere il nostro mondo», così risponde Lorenza, infaticabile, forte e amorevole compagna di vita di Gianni; sì, perché lei parla, e Gianni sorride pacato, di una pacatezza che fa bene al cuore, perché è l’ora di finirla con questo cliché che per essere artisti bisogna esser tutti ‘folli’ e disagiati: di Van Gogh ce n’è uno!
O forse, beh, sì, qualcun altro mi viene in mente di artista tormentato e geniale, ma come dire, il genio, il ‘tormento’, la ‘fissa’ di Gianni…. è la pittura in se stessa, in ogni sua forma, in ogni sua sperimentazione. Questa la sua ‘follia’, da quando in quel 1966 inizia a frequentare, dal nulla, incuriosito da una scatola con colori e pennelli ritrovati nella sua nuova casa fiorentina, i corsi serali di pittura e storia dell’arte. Ma una follia gentile. Sì, perché Gianni è una persona silenziosa e sensibile, uno di quegli artisti che quando entri nel suo mondo e vedi donne fumetto che sembrano uscite dalla tua immaginazione, uomini invisibili che urlano parole rosse come il fuoco per farsi ascoltare, fili spinati che racchiudono rose un tempo appartenute a un cuore che ama, paletti e panni tesi solitari al vento di scirocco, vie di cui non s’intravede la fine, laghi di lava azzurra, e occhi intensi che ti guardano e ti interrogano quasi a chiederti il senso dell’attimo dell’ora e del sempre, e poi vele di vascelli fantasma e macchie di colore intense come gioielli da indossare nell’anima e sulla pelle…ecco nell’attimo in cui ti ritrovi davanti a tutto questo tu sbalordita gli chiedi: «Ma questi, li hai fatti tu?». E lui ti sorride sfuggevole, quasi ‘vergognoso’, perché per lui è naturale averli fatti, per Gianni è naturale dipingere e dipingere e dipingere ancora; è Lorenza a rispondere orgogliosa «Certo, e vieni, vieni ti faccio vedere anche gli altri» e ti porta di tela in tela, di storia in storia, di attimi di vita in attimi di vita, instancabile come sa essere lei. E ogni opera racchiude davvero una storia, un momento di vita personale e artistica di Gianni Panciroli, dai manifesti, alle figure fumetto, all’approccio al paesaggio e al suo sentire che traspare dalla tela ogni volta diverso, così come è diversa la modalità in cui nel tempo i paesaggi si trasformano dal figurativo all’astratto…una sperimentazione continua, un evolversi che segue curiosità, stati d’animo; un mutare che corrisponde al cambiamento di sé e del proprio approccio alla vita.
Le opere di Gianni Panciroli seguono un’estetica del sentire intuibile e sincera: vita e arte si intrecciano in un tutt’uno, si influenzano senza trascendere, nella semplicità dell’atto creativo.
E allora il Brand Gianni P. non è altro che un giro di giostra nel mondo di una vita in-tinta nei pennelli, nei materiali, nel colore -elemento fondamentale e fondante del suo essere artista- nella vita, nel sentire; una boutique dalla qualeuscire ogni volta con il capo d’abbigliamento che meglio ci rappresenta in quel preciso momento della vita, sapendo che il giorno dopo si potrà tornare e cambiare l’abito, trovandone ancora uno e completamente opposto; perché in questa boutique ciò che è immutabile ed essenziale è l’amore per la vita colta nel suo sentire più intimo, in ogni sua stramaledettissima differenza, in ogni suo possibile opposto. Perché così è la vita. Perché così Gianni sente la sua vita.
E oggi una parte della boutique Brand Gianni P. è in trasferta a Treviso. E io, onorata, ci sarò.
Non resta che salire sulla giostra e farsi un giro con noi, e perché no, anche due! ”
Tiziana Giuliani 
” Ciò che maggiormente sollecita, oggi, la nostra fantasia è la necessità di procedere velocemente nei nostri itinerari, dovendo conciliare questa costante con il continuo rallentamento che ci viene imposto da offendicula esterni. Nel linguaggio corrente, quello dei cortili metropolitani e degli androni delle scale, il termine offendiculum sta incongruamente ad indicare con una parola colta quei pezzi di vetro messi insieme, ci viene da pensare, con molta fatica che, pur esibendosi come deterrente valido nei confronti di intrusi, vengono utilizzati con sontuosa disattenzione per distendersi da gatti di variegata estrazione, tutti, comunque, per natura estranei ai nostri affanni. Nella nostra cultura è invalso l’uso di considerare intoccabile (in senso fisico) l’opera d’arte ed il derivante obbligo di potenziare no solo dei nostri sensi -la vista- per coglierne la materia, l’odore, il suono prodotto da eventuali contatti, il sapore addirittura negato.
Questo ordine supposto viene garantito da offendicela invisibili, di cui percepiamo l’autorevole presenza ed allora il bacio furtivamente deposto da Wordsworth sull’ascella offerta da Psiche nelle braccia tese verso Amore (“…che mi si perdoni, questo è stato il solo bacio sensuale che io abbia dato da molto tempo…”) nel celeberrimo gruppo di Canova, o l’impudente confidenza di Antonio Baldini che, alla luce della luna, in Palazzo Borghese, a colloquio con Paolina Bonaparte ritratta ancora dallo scultore di Possagno, non si fece scrupolo di chiederle un pò di spazio sul suo divano dicendo “Paolina, fatti in là”, suscitano in chiunque sia dotato di almeno un’ombra di sensibilità un sorriso ed un vago sentore di invidia.
Essendoci capitato per sorte di praticare la sfera caleidoscopica delle arti visive, ci è anche occorso il caso di dover trasportare un’opera di Gianni Panciroli, procedendo ad imbustarla, chiuderla, per poi liberarla dall’involucro protettivo: in una parola toccarla fisicamente, infrangendo così il tabù diffuso. L’effetto è stato, come si era intuito, di percepire l’aura che sempre accompagna l’oggetto d’arte e di doverne scendere ai patti: arte dotata di potenza espressiva che suggerisce l’ossimoro della distanza che impone il filo spinato coniugata con la morbidezza talora poetica del colore ed evidenzia il carattere aspro e potentemente individualistico dell’opera. Essa esiste a priori per l’utilizzo costante di un materiale di impiego consueto, progettato per impedire, o almeno ostacolare, l’accesso in luoghi che devono essere protetti, eppure subisce la variazione di nascere solo nel momento in cui l’artista vi pone mano e mente.
Messosi in cammino procedendo dal figurativo all’espressionismo e passato per il minimalismo, Panciroli approda oggi alla coerenza di un territorio personale in evoluzione, nel quale ama rileggere le complesse vicende che hanno attraversato la cultura del nostro secolo: segni e simboli permangono perché analizzati e suggeriti, miti ritornano adombrati dall’assenza virtuale di riferimenti, avanguardie e movimenti appaiono e scompaiono nell’illusoria certezza dei rapporti. Resta da sciogliere l’enigma dell’attenzione che ci strappa pur nel nostro correre distratto e dei sensi che colpisce senza risparmiarci la violenza dell’accordo viscerale che ci estorce, tanto fisicamente coinvolgenti sono le sue opere così materialmente scostanti.
Quasi ci viene da reinventarci come gatti distesi su offendicula. Quasi ci viene da immaginare noi stessi come creature che non sanguinano per ferite recenti o passate, siano esse inferte nella carne o deposte sullo spirito. Quasi le nostre dita si tendono per sfiorare.
Rosella Gallo
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